L’Iran scarcera undici prigionieri politici: Rouhani verso una svolta storica

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È già un gran progresso il desiderio di progredire, scriveva lo storico francese Charles Rollin nel suo “Trattato degli Studi”. Una regola che vale particolarmente in campo diplomatico. Ma quello che sta accadendo in Iran sembra trasmodare dalla semplice ambizione del nuovo governo di aprire un dialogo con l’Occidente. Facta concludentia, a qualche giorno di distanza dall’esordio all’Onu del presidente moderato-riformatore Hassan Rohani, Teheran ha deciso di liberare undici prigionieri politici: otto donne e tre uomini. Tra questi spiccano i nomi di Nasrin Sotoudeh, avvocato difensore dei diritti umani, e di Moshen Aminzadeh, già viceministro degli Esteri per conto dell’ex presidente riformista Khatami, arrestato nel 2010 per aver organizzato alcune proteste dopo le contestate elezioni dell’anno precedente.

bbcSembra ormai un dato di fatto. Il leader della Lega dei chierici militanti si sta confermando la persona giusta al momento giusto. Non solo lo ha dimostrato con il famoso tweet indirizzato al ministro degli Esteri britannico William Hague, in cui ha reso pubblica e manifesta la propria disponibilità ad un incontro sulla questione nucleare. A scanso d’ogni equivoco, Rouhani ne ha approfittato per rilasciare un’intervista all’emittente televisiva statunitense NBC; dove, nel rispondere ad una domanda focalizzata sulla crisi siriana, ha definito la guerra una debolezza. “Un governo che decide di intraprendere una guerra è da considerarsi debole, mentre un governo che decide sulla pace merita rispetto”.

Carpe diem. Barack Obama, nel corso di un’intervista svolta in settimana con Noticias Telemundo, ha constatato che Rouhani sta innegabilmente cercando di aprirsi al dialogo con l’Occidente e con gli Stati Uniti in un modo che non si era mai visto in passato. Il presidente americano sembra desideroso di valutare qualsiasi negoziato sulla questione nucleare. Vale la pena tentare. Soprattutto in vista dell’imminente vertice delle Nazioni Unite che si terrà a New York la prossima settimana. Mohammad Ali Shabani, analista politico di Teheran, ha rivelato che Rouhani starebbe già preparando una serie di proposte sul programma nucleare iraniano da presentare in occasione del suo debutto sulla scena internazionale, in cui indicherà un limite massimo al numero di centrifughe di arricchimento dell’uranio, così come una riduzione delle scorte di uranio arricchito.

Più dell’apparenza inganna l’evidenza. Volendo essere maliziosi, si potrebbe osservare che il pressing diplomatico attuato dal presidente Rouhani e dal suo ministro degli esteri, Mohammad Javad Zarif, sia stato pianificato da un pò di tempo: già da candidato presidenziale, il leader della coalizione moderata srouhani2osteneva che la distensione con l’Occidente sarebbe stata la chiave di svolta per risolvere i problemi interni dell’Iran. Sic et simpliciter, Rouhani ha capito benissimo che la crescita economica passerà necessariamente attraverso una risoluzione sulla proliferazione: l’Iran ha bisogno di mostrarsi più trasparente nelle attività nucleari per costruire un rapporto di fiducia con l’Occidente, evitando così nuove sanzioni della comunità internazionale contro il Paese.

Il nazionalismo fanatico e bellicoso di Mahmud Ahmadinejad ha guidato l’Iran verso una condizione di isolamento diplomatico nella quale soltanto il Venezuela di Chavez e la Siria di Assad, per ovvi motivi ideologici e religiosi, tendevano la mano al governo di Teheran: un’alleanza tra “sanzionati”, verrebbe da definirla. Ma le sanzioni hanno colpito l’economia iraniana dimezzando la vendita del petrolio, che dal 2011 ad oggi è passata da 2,4 milioni di barili al giorno a meno di un milione; per non parlare dell’inflazione endemica, causata dalla svalutazione del rial. Ipso facto, l’attuale apertura con l’Occidente non è bramata soltanto da Rouhani, ma dalla maggioranza degli iraniani, che richiedono inoltre riforme sulle libertà personali.  Anche per questo Rouhani ha vinto le elezioni: il leitmotiv di redigere una Carta per i diritti, promosso durante la campagna elettorale, ha giocato un ruolo fondamentale.

Ci troviamo dunque in un’importante fase storica; l’elemento indicatore è rappresentato dal nulla osta espresso dalla Guida Spirituale Khamenei sul programma politico dell’attuale governo. Si tratta di un precedente unico e significativo, visto che in passato i tentativi di riforma hanno sempre trovato il veto dell’establishment religioso degli Āyatollāh. Questo è accaduto sotto la presidenza Khatami (2001 – 2005). Poi ha fatto seguito l’era di Ahmaninejad (2005 – 2013), vanificando qualsiasi prospettiva di apertura politica sia sul piano interno che su quello internazionale. Del resto è scontato: in politica, così come in diplomazia, le cose cambiano perché assumono la forma di chi le usa. Questo vale per Rouhani, che si è già accreditato come un “dopo” e un “anti” Ahmaninejad. E se durante la prossima settimana incontrasse Obama potrebbe già rompere un primo tabù, dato che l’ultimo vertice svolto tra un leader americano e un presidente iraniano risale al 1977, quando Jimmy Carter incontrò lo Scià Mohammad Reza Pahlavi.

Giacomo Fidelibus
@JackFide

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